giovedì 16 aprile 2009

Dirty pretty things in the UK

(Post in differita, 14 aprile 2009, dieci di sera più o meno)


Sto scrivendo questo post da un...postaccio, ovvero la hall di Luton, peggior aeroporto di Londra. Mi aveva avvertito Moss (il mio parente britannico): i controlli di sicurezza sono per qualche strano motivo più lunghi e complessi, ma soprattutto la borsa del laptop è considerata bagaglio a mano; per questo, qualche giorno fa, ho dovuto aggiungere un bagaglio alla mia prenotazione, cosa che comunque avrei fatto, vista la quantità di shopping! Nella lista della spesa, tra l'altro, è finito pure un altro trolley, tanto per dire.

Comunque, la cosa bella è che ho perso il volo per Amsterdam qualche ora fa. Nonostante sia arrivato in aeroporto con 3 ore di anticipo, devo aver preso un abbaglio dopo un cappuccino da Costa, poiché ho letto male l'orario di imbarco sul tabellone. Cosicché sono arrivato tutto spavaldo e brillante al gate, dove però mi sono accorto della vaccata fatta. Poco male, ho prenotato il volo del mattino dopo alle 6, il che significa che sperimenterò la notte negli aeroporto londinesi (dopo aver testato Parigi Charles de Gaulle lo scorso novembre).

L'attesa, quando non si è a casa propria, è una delle cose peggiori che possano capitare. Non puoi farti una doccia, accendere la TV e lanciare la tua serie preferita. Potrei sopperire parzialmente trastullandomi col laptop e facendo qualche altra telefonata. Se non fosse che entrambi sono "morti", in termini di batteria, e non ho intenzione di spendere altre 6 sterline per comprare l'adattatore per la presa (cosa che ho lasciato in Italia da qualche parte).

Cerco di farmi passare in qualche modo il tempo, in parte leggendo qualcosa di musicale (il numero di NME della scorsa settimana, e il libro-corso Learn to play guitar comprato in saldo a 6 sterline), in parte scrivendo queste note a matita sul mio diario. In più "ascolto" le conversazioni di una famiglia ungherese seduta vicino a me nella hall - mi sono quasi innamorato del viso di una delle figlie, sembra Scarlett in Lost in translation.

Tornando a Londra: grandi giornate, inclusa la Pasqua passata con Antonio (detto CZ), che non vedevo da un pezzo. Con lui ci siamo sparati una delle più lunghe e fantasiosamente alternative nottate degli ultimi tempi. Partiamo da una nota pizzeria di Notting Hill, l'Arancina, quella con la Mini in vetrina, e dal Belushi's di Shepherd's Bush, dove finisco per provolare la barwoman parigina, ovviamente in francese, e dove ci rinfreschiamo con un paio di drink. Ma la notte è giovane, e dopo lo Snake Bite ci ritroviamo a vagare per SoHo alla ricerca di luoghi della perdizione. Che però non sono più come una volta: pienone di turisti. Cambio di rotta, si va nei quartieri emergenti della nightlife londinese.

Poco dopo la mezzanotte siamo infatti all'Hoxton Square, luogo scoperto la scorsa estate (in vacanza col quartetto dello Jean Monnet), e più o meno dove Richard Ashcroft, imitato poi da me, ha girato il video di Bittersweet Symphony. Un paio di cocktail, un giro sulla pista electro-pop, e fuori per un quarter pounder in uno di quei tanti cloni di Kentucky Fried Chicken. Cambio di scena ulteriore, si va a Camden Town, dove però l'offerta pasquale non è molto interessante: tanti ubriaconi e qualche show di bassa importanza al Koko.

Dopo un'interminabile attesa riusciamo a prendere un double-decker bus, col quale ci ritroviamo a fare un tour della beatlesiana Abbey Road, per poi essere scaricati a pochi passi dalla dimora di Freddie Mercury. Colgo l'occasione e mi trascino Antò in un improbabile pellegrinaggio alle 4 di notte, con tanto di foto ricordo.

(A questo punto mancavano poco più di 4 ore al check-in, indi mi sono messo a dormire.)

Arrivederci, Londra.

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